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mercoledì 26 settembre 2012

Ma allora ci prende per il culo?

Quando è troppo è troppo. Ci mancava solo questa. Il personaggio sulla bocca di tutti. La consigliera regionale più sexy e più indegna che questo paese abbia mai avuto. Ma questa società ormai accetta tutto. Lo spettacolo e l'informazione vengono mischiate e senza riuscire a distinguerle. È normale trovare una politica su una passerella di moda, tanto quanto in un reality o negli spettacoli pseudogiornalistici del pomeriggio. Per cui Nicole Minetti che sfila mezza nuda finisce in televisione come un fatto di costume. Dovrebbe essere uno scandalo politico.
Sarebbe corretto riportare le dichiarazioni della Minetti. Anche per rispettare lo spirito giornalistico puro. Ma a volte certe stronzate – scusate – non si possono né ascoltare né riportare. Viviamo in una società in cui l'apparire non è solo una questione di stile. È un biglietto da visita per la reputazione e la serietà di una persona. Ora, se una donna si mette a sfilare davanti a tutta Italia, mettendo in vista le sue forme, con fare provocatorio, difficilmente rende l'idea di essere una professionista. Perlomeno della politica. Già i nostri politicanti hanno i loro vizi: sono ladri, massoni, voltagabbana, mafiosi e via discorrendo. Se si mettono a fare i modelli la situazione diventa deprimente. Si presenta una possibile escalation senza fine. Allora perché non fare un film porno? No Nicole, stavo scherzando!
Ma è la presunzione della Minetti che risulta davvero irritante. La consigliera regionale dopo lo scandalo Ruby – accusata di favoreggiamento della prostituzione – è riuscita a restare a bordo della nave Lombardia. Non si è dimessa e il partito ha pensato bene di tenersela stretta. Sguazza in ciò che rimane del Pdl con superba dimestichezza. Tiene palesemente Berlusconi per le palle. Ripete che non ha la minima intenzione di abbandonare la politica – il comune denominatore dei politicanti italiani. Poi quando le viene contestata l'inaccettabilità del doppio ruolo politica-modella, dice che non ci vede nulla di male. Anzi, conferma che non ha la minima intenzione di rinunciare al vitalizio. Una questione di soldi, di sicurezza dalla legge, più che una questione di faccia.
Signori e signore, questo elemento vota in consiglio regionale per questioni di cruciale importanza. Ha in mano la sanità della Lombardia. È vergognoso avere una donna a rappresentare il popolo italiano con un curriculum da quattro soldi come quello della Minetti. Laurea incerta, immischiata nel giro della prostituzione, persino minorile, incerta attività politica dopo una breve carriera da showgirl, attività da fotomodella in salsa hard.
D'altronde non si può pretendere molto. È terribilmente noto come la televisione e il cinema italiano abbiano modificato la testa degli italiani. Valori materiali hanno preso il posto dei vecchi valori simbolici. L'aspetto fisico e l'ignoranza hanno sovrastato il sentimento e la cultura. Per non essere guardati storti per strada, è meglio far notare la propria eccitazione di fronte a una donna nuda piuttosto che un'indignazione per lo squallore a cui siamo arrivati. Finché i primi commenti a questo episodi saranno “Si, però quanto è figa?” non andremo da nessuna parte. Come al solito.

sabato 15 settembre 2012

Qualcuno con cui correre


Una corsa sfrenata verso il destino che attende. Una vita che non ha tempo per l'ozio, forse non ne sente il bisogno. Un viaggio inizialmente spinto dal dovere, trasformatosi pagina dopo pagina in un qualcosa di necessario, se non indispensabile. Così inizia il romanzo di David Grossman e, per certi versi, così finisce. Una corsa verso ciò che desideriamo, anche se ancora non ne conosciamo la natura. Quanti di voi stanno già sorridendo a questa immagine così banale? E quanti di voi non si sono trovati almeno una volta in questa situazione? Ed è proprio questo il problema di Assaf, il giovane protagonista di questa bellissima storia ambientata in una moderna Gerusalemme. Cosa cerchiamo? Dove andiamo? Perché lo facciamo? Sono tutte domande che Assaf si pone continuamente, come ci si aspetta da un ragazzo di sedici anni. Ma ecco che una nuova strada si mostra davanti agli occhi sognanti di questo ragazzo così sensibile ma dallo spirito duro e forte come una roccia.

Qualcuno con cui correre non è solo la storia di Assaf. Il libro narra le vicende di Tamar, una bellissima ragazza tanto dolce quanto coraggiosa e determinata. Una ragazza che ha sofferto tanto nella vita, per la noncuranza dei genitori, per l'egoismo degli amici, per la fuga del fratello, e che non ha più lacrime da piangere ma, come lei stessa dice, ha solo un riso disilluso. Tamar ha una missione, pericolosa per una sedicenne. Ma una forza interiore la spinge e le fa raggiungere qualsiasi obiettivo lei si prefigga. Tamar ha una compagna speciale, la sua cagna Dinka, che non la abbandona mai, soprattutto nei momenti di difficoltà. Nel romanzo Dinka appare fin dalle prime pagine assieme ad Assaf. Qualche lettore comincerà a storcere il naso per quanto detto. "Ma come? Non lascia mai Tamar e mò sta con Assaf?". Ecco il motivo per cui il romanzo viene praticamente divorato dalla prima pagina all'ultima.

Non si tratta di una storia per ragazzini. Non vi aspettate storielle d'amore alla Moccia o teenager presi da problemi post-moderni in tipico stile occidentale. In questa folle corsa c'è lo spazio per molti temi importanti. Assaf e Tamar si troveranno catapultati in un mondo meschino, senza valori, egoista e spietato, dove le persone vengono sfruttate e dove manca il rispetto per l'essere umano. Schiavi della paura e della droga, corpi senz'anima si aggirano per Israele. In cambio riceveranno ciò che non hanno mai avuto: una casa, una famiglia. A volte anche una dose: è proprio la droga uno dei temi principale che Grossman mette in luce – chissà che non l'abbia fatto con un velato intento di critica. Regina delle droghe l'eroina, la spietata mietitrice. Ma nel buio c'è sempre qualche spiraglio di luce. Le vie d'uscita sono ovunque, basta cercarle.

Il libro di Grossman è una storia viva, cresce e si sviluppa insieme al lettore, tiene costantemente sulle spine e obbliga a sfogliare una pagina dopo l'altra. Nelle vie di Gerusalemme si incontreranno tanti personaggi favolosi, ognuno con qualcosa di importante da condividere. Aprire anziché chiudere è il vero senso della vita, non lasciarsi sopraffare dalla paura e dalla diffidenza, ma offrire sempre una possibilità alle persone, una chance per dimostrare il proprio valore. Ed è questo il senso della corsa. Bisogna fermarsi, anche spesso. Non si può mai sapere chi si incontra e quali favolose esperienze possiamo vivere. L'uomo non è nato per vivere da solo. In fondo, tutti abbiamo bisogno di qualcuno con cui correre.

                                                                                                                    Gabriele di Terlizzi

giovedì 13 settembre 2012

Ora Milano dovrà aprire gli occhi

Milano spara, Milano uccide. La morte di Massimiliano Spelta e Carolina Ortiz Payano lunedì scorso ha segnato un punto di svolta per il capoluogo lombardo. Certo, non è la prima volta che qualcuno viene assassinato e non è il caso più eclatante, vedi la strage di piazza Fontana. Ma un'esecuzione in pieno centro mancava nell'agenda nera meneghina. Se aggiungiamo un coinvolgimento nel mondo della droga, il quadro è anche fin troppo completo. Due assassini in sella a un motorino, uno scende senza togliersi il casco, spara, risale e via. Quante volte avete visto questa scena in televisione e nelle fiction di basso spessore? Non abbiate paura di dire ad alta voce di chi è la colpa. Non abbiate il timore di pronunciare la parola 'ndrangheta.
Forse Milano alzerà la testa a questo punto. Guarderà negli occhi questa chimera che per troppo tempo l'ha terrorizzata silenziosamente, come un cobra che si muove lento nell'erba. A lungo i milanesi hanno vissuto sottovalutando il problema, vivendo come se nulla fosse. E, forse, ora ne pagano le conseguenze. Tutti conoscono il problema della droga, la sua diffusione e il suo consumo. Non c'è milanese che non conosca i luoghi in cui ottenere una busta di cocaina o un grammo di fumo. Ma molti si sono illusi che fosse colpa dei “quattro marocchini” nei parchetti della periferia, che per sopravvivere spacciano roba che arriva direttamente dal loro paese. Ma quando mai? È il controllo del territorio che ha rinforzato la 'ndrangheta. Non c'è busta che si muova senza consenso. Non c'è pusher che spacci senza previa autorizzazione. Non c'è zona di Milano senza copertura. Ed è così che funziona da oltre trent'anni ormai.
Ma non lo deve spiegare Carta di identi-libertà. È da tempo ormai che si sanno queste cose. Se ne parla nei giornali, in radio e in televisione. Più o meno. Ok, poco. Va bene, per niente. Almeno finché non scappa il morto. Ma se proprio non volete comprare un quotidiano, ci sono numerose associazioni che si impegnano per informare i cittadini sui reati di mafia. Grazie al coraggio dei loro componenti, spesso giovanissimi, tirano colpi durissimi alla 'ndrangheta. Sono una voce che si oppone, che si inorridisce e dice basta a questi soprusi. A volte il loro operato può sembrare inutile, non tanto per la loro abilità, quanto per lo scarso interesse che circonda queste associazioni. Le persone preferiscono voltare lo sguardo verso qualcosa che li intrattenga anziché informarsi, che li diverta invece che avvertirli. Ogni forma di criminalità va affrontata e combattuta. Ma la mafia deve avere la precedenza. La maggior parte dei mezzi della giustizia vanno impegnati in questa direzione. L'esito non è sempre negativo, come insegnano i processi Infinito e Lea Garofalo.
E nel frattempo la politica cosa fa? Niente, come al solito. Anzi, parla. Dichiarazioni su dichiarazioni. Pdl e Lega sono partiti all'attacco, definendo il progetto di Pisapia un fallimento e ritenendo immediatamente necessarie le sue dimissioni. Certamente il primo cittadino milanese doveva rendersi conto di non vivere a Utopia quando scelse di togliere i militari dalle strade. Ma non si combatte così la mafia. L'utilizzo delle forze armate servono a rincuorare e distrarre i cittadini, ma ciò non vieta alla 'ndrangheta di smerciare quintali di droga nelle vie della città – e in tutta Italia. A prescindere dalle scelte di Pisapia, che ha comunque il merito di aver istituito la prima Commissione antimafia a Milano, Pdl e Lega non possono di certo permettersi il lusso di criticare l'operato della giunta attuale. Per vent'anni il centro destra ha regnato incontrastato a Milano. Letizia Moratti ha negato fino all'ultimo la presenza della mafia nel capoluogo lombardo. Quasi per coincidenza, vennero offerti al “pubblico” chilometri quadrati di terreno edificabile su cui costruire anni e anni di profitto. Palazzi di vetro maestosi e interi quartieri costruiti da zero che difficilmente verranno terminati per l'Expo del 2015. Per non parlare poi dell'incapacità della regione, dove il “Celeste” Formigoni deve difendersi dalle accuse sulla sue vacanze pagate da chissà chi. E non consideriamo minimamente l'importanza della provincia. Quando si parla di mafia, tutti i colori politici sono complici e colpevoli. La 'ndrangheta sta trattando Milano come il lupo con l'agnello: la sta spolpando.
Che fare? Lasciarsi prendere dalla paura? Rintanarsi in casa dando la colpa a destra e sinistra o prendere coscienza del problema? Inginocchiarsi e pregare oppure alzare la testa e reagire? Non si rischia la vita se si pone un limite, anche psicologico, all'orrore. Sappiate solo una cosa: non è più la madonnina che domina Milano, ma la 'ndrangheta.

sabato 1 settembre 2012

VOTO DUNQUE SONO: “Troppi galli ( o maiali? ) a cantar e non fa mai giorno!”


“Un Parlamento rappresentativo. Una spinta dal basso per cancellare il Porcellum. Si tratta di “Io firmo in comune” l’ultima iniziativa lanciata dal gruppo Valigia Blu. Obiettivo: raccogliere le firme per sostenere “Firmo, voto, scelgo”, la campagna referendaria promossa da partiti ed esponenti del centrosinistra per abrogare la legge elettorale vigente. Perché “in un momento drammatico come questo, con il Governo italiano commissariato dall’Europa, il Paese ha più che mai bisogno di un Parlamento pienamente rappresentativo”, in grado di prendere decisioni “impegnative ma condivise da tutti”.
 
Ehi finalmente, mi hai levato le parole di bocca!
Finalmente su Repubblica esce un articolo contro quell’ infausta legge elettorale la  n. 270 del 21 dicembre 2005 che modificò il sistema elettorale italiano, delineando la disciplina attualmente in vigore. Ideata principalmente dal ministro Roberto Calderoli, ma poi definita dallo stesso in un'intervista «una porcata» venne denominata porcellum dal politologo Giovanni Sartori, e sostituì le leggi 276 e 277 del 1993 (cosiddetto Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente. La legge Mattarellum prevedeva un meccanismo misto, per 3/4 a ripartizione maggioritaria dei seggi, il Porcellum, invece altro non è che un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze.
Direte, in soldoni?
Col sistema maggioritario il partito o la coalizione che avesse ottenuto la maggioranza relativa (anche soltanto per un voto) aveva diritto al 55% dei seggi, nel nostro paese, con la legge Mattarellum, poi era previsto un maggioritario per ¾  dei seggi. In buona sostanza il calcolo avveniva sul 75% dei voti validamente espressi ed il restante 25 % veniva assegnato in maniera proporzionale in base ai più votati, con uno sbarramento per l’accesso in Parlamento al 4% nazionale dei voti ricevuti per partito. Risultato: una certa rappresentatività accompagnata da una possibile instabilità.
Col sistema proporzionale corretto alla Calderoli, ovvero il Porcellum invece, venne assegnata ai partiti la disponibilità assoluta di scegliere chi risultasse eletto oltre ad un premio di maggioranza sproporzionato: va bene la governabilità ma così chi fa da se fa per tre! Risultato: oggi in Parlamento non siede la scelta democratica degli elettori ne la rappresentazione proporzionale degli orientamenti elettorali.
Così ieri quando ho visto quel blog su Repubblica ho pensato “dai che forse l’attenzione è tornata su un punto così cruciale.” Poi ho letto meglio: l’articolo era del 24 Agosto, ma 2011.
Più di un anno fa!
Stamattina apro la solita rassegna online di quotidiani e trovo sul Fatto “ Riforma usa e getta”, ovvero per così dire “alla greca” (che a dirla tutta anche solo intuitivamente non è che proprio suoni benissimo, vista la drammatica crisi anche istituzionale in cui versano Atene e soci) e che a livello elettorale significa: il premio di maggioranza se lo prenderà il partito e non la coalizione, cosicchè gli accordi allargati di coalizione possano essere fatti dopo il voto, nella solita incrollabile perversa logica tutta italiana “ voi votateci che poi noi ci mettiamo d’accordo “, un sistema dunque largamente proporzionale, se non per il bonus al partito che raggiunge il massimo del suo assurdo nel dare il contentino a tutti proprio tutti con:  - liste bloccate per la gioia dei capofila di ogni partito che potranno di nuovo nominare 200 deputati e 100 senatori ma facendo finta di non averlo fatto (a loro insaputa magari?), - il punto salva-lega che ponendo lo sbarramento al 5% o 8% perché un partito possa entrare in Parlamento ma non più su scala nazionale, ma se raggiunta quella percentuale in almeno tre regioni garantirà alla lega padana di salvare capre e cavoli (soprattutto capre!), ed infine il capolavoro: i collegi uninominali proporzionali, ovvero la gente (cioè, tu, io, noi insomma) vota il candidato nel suo collegio ma i voti vengono poi raggruppati per circoscrizione ed assegnati in proporzione perciò non è detto che il più votato in un collegio venga eletto, così come per assurdo non è detto che non passi il meno votato. Alla faccia del “ voto per scegliere chi mi rappresenterà”.
La verità è che ci stanno levando la terra da sotto i piedi !
L’Italia siamo noi italiani e siamo più di 60 milioni, ce lo ricordiamo?? In Parlamento siedono 630 Deputati alla Camera, ridotti nel numero di 508 (per quel che riguarderà la prossima legislatura ad opera della legge di revisione costituzionale votata nel giugno del 2012) e 315 senatori al Senato per un totale di 945 persone oggi e dal prossimo turno elettorale 823. Queste 945 (che nel 2013 saranno 823) Queste 823 persone DEVONO prima di tutto essere espressione del voto popolare sennò casca il concetto di democrazia. Secondo DEVONO essere persone meritevoli ed in quanto tali scelte. Si, SCELTE! Avete capito bene, scelte!  Pago le tasse, vivo in un Repubblica che si definisce democratica, e dunque esercito il mio diritto di voto, ai sensi dell’ articolo 48 della Costituzione Italiana, che recita:
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto.
Il suo esercizio è dovere civico.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.”
Non lo scrivo perché fa figo: lo scrivo perché dannazione ce lo dobbiamo ricordare! Il nostro voto DEVE contare qualcosa e non perché è bello o sembra sensato, ma perché è un diritto che abbiamo, un diritto sancito dalla Costituzione, un diritto che ci dobbiamo impegnare a difendere sempre, perché è il diritto più importante che possediamo: il diritto che ci permette davvero di dire e pensare “ Faccio parte di una nazione che mi rappresenta, (o almeno ci prova!) -  Sono un cittadino e non un suddito! ”.
Ci sono varie iniziative a sostegno di una riforma elettorale come si deve, una riforma che ridia dignità alle elezioni in questo paese. Tutte popolari, gruppi di cittadini che si sono giustamente mobilitati, manca purtroppo un riscontro politico concreto: le segreterie dei partiti o sono in ferie o non sono interessate. Io ve ne elenco alcune, chi avrà voglia di perdere anche solo 2 minuti vada a darci un’ occhiata e magari partecipi! Ci facciamo sentire, che dite?
 
(CVD)

venerdì 17 agosto 2012

Murales: trovate e usate la testa!

Camminare nelle vie delle nostre città ci offre spunti d'arte a ogni angolo. Precisamente su ogni muro. Basta avere l'occhio vigile e si notano queste espressioni artistiche, o presunte tali. Stiamo parlando dei murales. Alcuni sono davvero irritanti. Ma in alcune vie, laddove il comune lascia il permesso di "imbrattare" il muro a proprio piacimento, vengono create delle vere e proprie opere d'arte. Graffiti che ritraggono i temi attuali delle generazioni che li realizzano, come la musica, la droga, la ribellione, la lotta alle autorità e così via. Spesso l'oggetto di questi dipinti sono i personaggi che hanno segnato un'epoca, passando da Bob Marley a De André, da Che Guevara al celebre bacio tra Honecker e Brezenev. A volte vengono rappresentate icone dei cartoni animati, vedi Goku di Dragon Ball. Su altri muri non vengono disegnate figure, ma espressioni astratte ispirate dal cuore e dalla mente creativa degli artisti di strada. Certo, quando si vedono semplicemente le firme di questi writer, il sangue ribolle dalla rabbia. Specie se queste vengono impresse sulle mura degli edifici privati. Oppure se vengono segnati alcuni palazzi storici delle nostre città. Per non parlare dei monumenti e delle statue nelle piazze italiane.
Insomma, questi writer attirano più critiche che elogi. Certo, vedere degli scarabocchi sotto casa, magari a due giorni dai lavori di ristrutturazione dell'edificio non è proprio il massimo. Ma l'arte è un fiume in piena, non può essere arginata e va espressa quando il cuore e l'ispirazione prendono il sopravvento sulla ragione. A quel punto, si prendono gli attrezzi del mestiere e si inizia a creare. O a scrivere cagate, dipende dai punti di vista.

Ci sono delle condizioni. Se si vuole condividere pensieri o, per i più spavaldi, aforismi è necessaria la precisione, altrimenti si perde il significato originale. E se non si conosce il messaggio nascosto dietro a certe frasi, bisogna impegnarsi a non fare errori grammaticali. I cosiddetti "strafalcioni". In verità sono molto divertenti, ma allo stesso tempo molto deprimenti. Uno di questi casi è quello illustrato nella foto. L'anonimo autore della scritta avrebbe voluto scrivere il ritornello della canzone Where is my mind, celebre canzone dei Pixies che fa da colonna sonora al film Fight club. Peccato che le scarse conoscenze della lingua inglese non gli abbiano giovato, dato che il where è diventato un were. Purtroppo il muro non è una pagina di Word, per cui non si può tornare indietro e aggiungere una H. Ma il nostro compositore non poteva accorgersi di codesta svista, dato che era troppo impegnato nel realizzare ciò che la sua mente immaginava. Appunto. La battuta è troppo scontata, per non dire banale. Caro pittore, ma dov'era la tua testa?

mercoledì 8 agosto 2012

Una fiaccola sul tetto del mondo... e di casa mia


Ogni volta mi lamento per delle settimane della pubblicità continua, dello strapotere di certe emittenti televisive, del giro imponente di soldi che si muove dietro una dannata manifestazione sportiva. Poi, fermo restando che continuo a trovare incredibilmente assurdo che una medaglia d’oro in Italia valga 120 mila euro, mentre in Germania ne vale 15 mila, visto e considerato lo squilibrio economico tra il nostro paese e quello di Madama Angela, che certo non gioca a nostro favore, o che una riga di miliardi ballino intorno ad un paio di scarpette od una cuffia, poi? Va a finire come al solito. Ogni volta passo i giorni precedenti nell’assoluto menefreghismo e poi?

E poi: mi scoppio la cerimonia d’inaugurazione dei giochi fino alle 2 del mattino, perché prima c’è Kenneth Branagh, poi aspetto la Queen che si auto-interpreta di fianco a Daniel Craig e poi dichiara aperti i giochi con la sua regale sintesi, poi la sfilata di tutte le nazioni, due donne per la prima volta per l’Arabia Saudita, ed infine non si può andare a dormire senza aver sentito sir Paul ed aver visto chi sarà l’ultimo tedoforo. (ndr: bella gioventù, ma ‘sti 7 fanciulli sono perfino riusciti ad allungare l’unica parte che è sempre stata veloce nella storia delle cerimonie d’ apertura: l’accensione del braciere).


E poi? Il fioretto, perché vinciamo. Poi il nuoto perché lo amo. Poi i tuffi perché mi ipnotizzano. Poi scopri che l’Italia alla prossima battaglia medievale non avrà rivali: come paese di mare, a nuotatori è un anno nero pece, ma tra chi spara, chi di fioretto colpisce e chi di arco lancia: andiamo fortissimi!
E poi? E poi, signore e signori: inizia la settimana regina. Quella dell’atletica. E sarà che sono figlia di un appassionato vero, o che in fondo mi sono appassionata anch’io. Beh qualunque cosa sia, sto lì, incollata alla tv, a stramaledire la scelta rai di certe riprese o il fatto che su 2000 ore di gare ne siano state comprate solo 200 di cui 50 probabilmente di ciclismo (che personalmente, mi perdoneranno i ciclofili, odio).
Vada come vada: io salto sul posto per una stoccata, urlo “Forza Tania” mentre alza i talloni sull’orlo del trampolino, batto le mani per Bolt e Asafa perché corrono con la stessa naturalezza con cui io mangerei un piatto di pasta, mi agito per i ginnasti che saltano o per la Zarina mentre l’asta si piega o per le ragazze del sincro quando emergono frazioni di secondo per riprender fiato ed esulto per Phelps perché il delfino come lo fa lui è un capolavoro.
Vada come vada, per me, come al solito, hanno già vinto.
Chi? Gli italiani? No. Gli inglesi? No. Allora i Russi o gli Americani o i Cinesi? No e No.
Le Olimpiadi.
Si, le Olimpiadi per l’universalità dello spirito olimpico, per i colori dei loro cinque cerchi, perché nonostante i casi di doping o i problemi, sembrano una parentesi quasi old fashion, quasi romantica dello sport, quasi pulita perché c’è davvero tanta bellezza in una manifestazione così.
Perché anche questa volta sono qui a guardarle.

Citius, altius, fortius!
cvd

lunedì 6 agosto 2012

La guerra dietro casa


11 ottobre 2011 -  Fincantieri
E’ così che va, perché è così che deve andare. Sei lì, che fai la tua marcia quotidiana, verso il tuo quotidiano mucchietto d’impegni, sommersa dalla tua quotidiana dose di pensieri e poi: bum!
La guerra.
Ma non quella delle barricate, dei carri armati, delle bombe più o meno intelligenti. No.
Bum! La guerra quella del lavoro. Per il lavoro. Per la propria casa, il proprio mutuo, la propria famiglia. La guerra di una società che sempre meno e sempre in meno arriva a fine mese e riesce a parlare di futuro. Se quello che descrive almeno uno degli aspetti di una guerra è la preoccupazione e la difesa della propria vita, l’istinto primordiale di autoconservazione, allora sì: questa è una guerra.
Solo che scoppia ad un metro da te. E’ così dannatamente reale che non puoi più far finta d’aver letto e scordato la notizia, o visto e sentito il servizio in TV e poi cambiato canale. No, puoi solo, anzi devi, continuare a camminare, attraversare la tua quotidiana strada, tra una folla di operai dei quali, anche se in silenzio, riesci a sentire la disperazione, lucida e profonda che respiri assieme al fumo nero, quasi corporeo, di due bidoni della spazzatura in fiamme che bruciano in mezzo all’asfalto.
2 agosto 2012 - ILVA
E’ così che va, perché è così che deve andare. Sei lì, che fai la tua marcia quotidiana, verso il tuo quotidiano mucchietto d’impegni, sommersa dalla tua quotidiana dose di pensieri e poi: bum!
La guerra.
E ci risiamo, pensi! Ma sbagli: perché la verità non è che “ci risiamo”. La verità è “ci siamo sempre dentro, non ci siamo mai mossi di lì, stiamo solo continuando a sprofondare”.
Un giorno sono i cantieri, il giorno dopo sono i dipendenti delle mense aziendali, poi i precari della scuola, poi i ragazzi orfani di una prospettiva di lavoro perché vivono in un paese senza crescita, poi sono quelli della centrale del latte, poi 20000 persone  a livello nazionale del settore siderurgico del gruppo Riva.
E poi? Poi toccherà a me, o se mi va di lusso, al mio vicino di casa.
L’aria è tesa, la rabbia palpabile, così pure gli immancabili fumogeni. Tutto tranquillo. Il corteo sfila attraverso la città. Anche questa volta gli abitanti li senti vicini. Chi non cammina affianco a te, ti guarda comunque dalle finestre: in una galleria di sguardi dal preoccupato al solidale. Il sequestro degli stabilimenti per motivi ambientali e sanitari, arrivato proprio in queste settimane, sembra l’ennesima beffa.
Lavoro o salute? Bum!
Ma non è così: i lavoratori che rivendicano il loro posto di lavoro non sono dei masochisti: la domanda è mal posta. Non c’è, ne ci deve essere un aut aut tra due diritti fondamentali, come quello al lavoro e quello alla salute. Le due cose devono coesistere. Dovrebbero coesistere almeno. Da sempre, per giunta.
C’è chi urla. Chi scuote la testa. Tanta gente comune che china il capo e sotto un’afa indescrivibile continua a stazionare nel corteo. Questo paese le gambe ce l’ha. Deve solo creare i modi e gli spazi per farle camminare. Che ci sia bisogno di cambiare, modificare, migliorare le aziende preesistenti, e di crearne di nuove è evidentemente un’esigenza non più rimandabile. Ma la strada dovrebbe essere quella della crescita, dell’apertura. Ed invece ti ritrovi a marciare di fianco a “tagli”, “esuberi”, “esodati”, “cassaintegrati”, “disoccupati”. Sempre di più. Sempre più spesso.
C’è chi dice che urlare non serve a niente. Però se l’unica certezza che hai è quella di non essere ascoltato, che fai? Sussurri?
Nelle piazze, per le strade. Si. Bum!
E’ proprio una guerra. E come tutte le guerra, più che vinti e vincitori, riesci solo a vedere vittime.
(Cvd)

domenica 29 luglio 2012

Cartelli stradali: le prostitute dei giorni nostri

 Piegati. Utili. Meno utili. Deliranti. Istituzionali o dal basso. Ecco alcuni cartelli stradali. E così si scopre che esiste un comune dal nome Femminamorta, che esistono due direzioni che portano esattamente nello stesso luogo, che è vietato condurre i cani. Non condurre biciclette o moto. Bensì cani. A tal proposito ricordate di far loro tagliando e bollino blu. Cartelli forse pazzi, fuorvianti ma estremamente veri e attuali. Ogni giorno ci si imbatte nella cartellonista stradale. Ogni giorno si fanno nuove scoperte, nuovi ritrovamenti. Il cartellone stradale punta la sua efficacia sul messaggio. Questo deve essere intuitivo, diretto, chiaro. O meglio, dovrebbe essere così. Vietato sbagliare. Divieto di fraintendimento. Ma questo articolo non vuole essere uno sguardo semiotico alla cartellonistica stradale. Eco non si offenda. Però occorre ricordare come il segno sia estremamente importante in quanto rimanda a qualcos'altro. Il messaggio e la sua efficacia sono vincolati dal segno. Da qui non si scappa. E se si pensa che i cartelloni stradali, almeno quelli istituzionali, sono frutto di mesi, se non anni, di consulte, delibere, proposte in comune si pretende che siano chiari. I cartelli stradali sono delle prostitute. Vengono usati, passano di scrivania in scrivania, e poi tornano in strada. Stanno sotto l'acqua, la neve il sole. Non vanno mai in vacanza. E non sono gratis, hanno dei costi. Mica da ridere. Ma quando le istituzioni perdono colpi, quando i cartelli stradali sembrano trattati di filosofia dove l'interpretazione e l'immaginazione non bastano, ci pensano i cittadini. L'allievo supera il maestro. E così assistiamo a cartelli chiari, diretti, intuitivi. Merito della spontaneità e della genuinità di chi li ha scritti. Magari c'è qualche errore di grammatica ma almeno sono comprensibili. Un minimo scotto da pagare c'è. Vietato vietare.






sabato 21 luglio 2012

Piastrine militari. Dentro o fuori dalla massa?


La teoria classica del giornalismo vuole che il vero reporter sia in possesso del fiuto della notizia. Il suo occhio vigile gli permette di cogliere un fatto, apparentemente insignificante, e trasformarlo in un evento nazionale. Certo, lo status professionale permette al giornalista di persuadere l'opinione pubblica. "Se lo dice lui, se lo scrivono sul giornale, sarà sicuramente importante". Chiaramente noi non abbiamo alcuna intenzione di viziare le menti dei nostri lettori. Lungi da noi, maledetta tentazione! Però permetteteci di allenare il nostro sguardo e, se possibile, di offrirvi qualche spunto in più di riflessione.
La "notizia del giorno" riguarda una di quelle macchine per fare le piastrine militari (foto). Nella stazione ferroviaria di Genova piazza Principe – e credo in altre stazioni e centri commerciali italiani – è presente, proprio nell'atrio del tabellone con gli orari dei treni. Per solo 3 euro si ottiene una bellissima military plates. Nella parte inferiore della macchina c'è il messaggio che, in teoria, dovrebbe convincere gli aspiranti clienti ad acquistarne una: "Esci dalla massa....personalizzati!". Per coloro che non fossero ancora convinti, si aggiunge: "Con le fantastiche medaglie di riconoscimento". Non entriamo nel merito delle logiche pubblicitarie. Bisogna vendere e questo è tutto. Non si vuole nemmeno convincere i lettori a non comprare questo prodotto. Non ci guadagneremmo niente e non rientrerebbe negli scopi di Carta di identi-libertà. Però una considerazione non offenderà nessuno, si spera.
Queste piastrine militari, come logico che sia, sono utilizzate negli eserciti di tutto il mondo. L'esercito è la massima espressione dell'annullamento della soggettività. L'individuo abbandona il suo corpo e il suo spirito per diventare parte del tutto. La massa è quel complesso di persone per cui l'individuo non ha alcun valore, perché sostituibile in tutto con un altro. È chiaro che l'esercito è il punto più alto di questa visione. Non è altro che massa allo stato puro. Mobilitazione perenne. Basti pensare alle marce delle forze armate dei sistemi totalitari. Non si riconosce nessuno, solo un gruppo indefinito di individui. Se qualcuno cade, non c'è problema: viene sostituito con un altro e nessuno si accorge delle differenze.
Detto questo, risulta complicato seguire il suggerimento del messaggio promozionale della macchina sforna piastrine. "Esci dalla massa" è un suggerimento interessante, ma proposto col mezzo sbagliato. Per non parlare del "personalizzati". Abbiamo bisogno di placchette con scritto i nostri dati? Siamo diventati degli animali, dei cani? Se ci perdiamo, grazie alla military plates, verremo riaccompagnati a casa? Quanti sforzi, quanti futili tentativi per evidenziare la nostra unicità. Ma la contraddizione di fondo è sempre la stessa. Apparire anziché essere. Dimostrare agli altri ciò che siamo, o che vorremmo essere, e non coltivare davvero i nostri pregi e apprezzare tutto quello che abbiamo da dare.
Vedete come è stato semplice. Basta un apparecchio in una stazione per ragionare. Forse anche meno.

domenica 15 luglio 2012

Vento rock dalle Langhe

Metti un sabato di luglio, giallo e vibrante. Metti tante persone, soprattutto ragazzi in un piccolo borgo delle Langhe. Metti una serie di nomi in cartellone da capogiro: da Don Gallo alla Littizzetto, da Ammaniti a Verdone, da Zucchero a Vinicio Capossela, dai Subsonica a Moni Ovadia, da Lella Costa ed Ezio Mauro, da Mario Calabresi a Philippe Daverio. E poi mettici dentro la musica internazionale: da Boy George alla Signora ed il Signore del Rock: Patti Smith e Bob Dylan. Mettici tutto questo, tanta cucina sincera e generosa, un vino rosso da invidia e degli abitanti che sono felici di vederti, ti tengono i sacchetti in custodia, ti fanno passare per una band – che è un po’ quello che in fondo avevi sempre sognato – facendoti parcheggiare comodo comodo, in cambio di un passaggio, si affacciano alla finestra per darti la carica, con un sorriso che non sente tutte le 80 e passa primavere che ha e col pugno alzato mentre l’altra mano, la destra, sventola l’Unità.
Ecco metti tutto questo, dal mattino all’alba. E poi mettitici tu. Barolo. Collisioni Festival.
C’è caldo, c’è caos, c’è gioia, c’è tutto il colore e l’energia di cui hai bisogno. Bimbi con le facce dipinte, tu che pensi: “ cavolo, la voglio anch’io!” – Cantine aperte ad ogni angolo. Punti incontro in ogni piazzetta: ti fai largo a fatica davanti ad un’ emozionata Patti Smith che si da ai reading nell’affollatissimo pomeriggio. La verità però la senti sulla pelle, e negli occhi di tutti quelli con te: Patti stasera canta. Siamo tutti lì per lei, due ore dopo! Nel mentre scopri che c’è uno dei musei più geniali d’Italia: il museo del vino. Grazie ai Marchesi Falletti per il Castello che ci hanno lasciato, grazie a François Confino, per il suo allestimento a dir poco meraviglioso. Con le suggestioni rubine del Barolo doc, le degustazioni ad ogni respiro e la chitarra o la voce del gruppo locale o meno che accompagna ogni tuo passo, improvvisamente senti salire l’adrenalina. Nel lento scorrere di una giornata intensa e mai ferma ma immersa nel rilassante godimento, mattone per mattone, parola per parola, ad un certo punto sale l’agitazione da attesa, da “concerto-che-non-vedi-l’ora-che-cominci” e ti butti alla caccia del tuo veloce pasto, perché ti aspetta la Piazza Rossa.
Mentre scendi la strada che ti ci porterà, t’imbatti nello stand che meglio rappresenta quella leggera sensazione di collisione che avverti dopo sette ore di energica vitalità, “siamo alla frutta”: bicchieri di anguria e pesche.
Arrivi sul ciglio della piazza: suona Vinicio. Seduti a bere Barolo e mangiare frutta. Poi il ballo di San Vito: tutti in piedi a cantare. E poi. Beh, poi arriva il momento: Patti al microfono! Coi suoi capelli al vento, la sua giacca da uomo scura, le sue mani e le sue gambe che nervose tengono il tempo mentre canta: la sua voce anni ’70, la sua forza, nelle luci rosse, che picchiano su di lei, sul castello, su di noi. Ed infine, people have the power . Liberatorio. Tutti a cantare, tutti a ballare, tutti a saltare!
Don’t forget it!” – dice lei. “The answer is blowin' in the wind” – dirà lui due sere dopo, con la sua voce calda del Minnesota.
Il vento è arrivato, e non lo dimenticheremo. – diciamo noi, che siamo qui.
Ciao Patti, ciao Bob, ciao Barolo.

(Cvd, Cassandra Voleva Dire)

sabato 7 luglio 2012

La tv cambia canale: basta con gli extracomunitari


Bisogna ammettere che guardare la televisione italiana è davvero difficile. Lo si può anche fare, ci mancherebbe. D'altronde la noia e la pigrizia giocano brutti scherzi alle nostre menti. Personaggi spiattellati in televisione alla mercé di chiunque, storie strappalacrime, racconti falsi, eroi di quartiere, crimini efferati, amori impossibili, gossip da quattro soldi e chi più ne ha più ne metta. La cosa divertente è che tutte queste novelle non sono spalmate sul palinsesto di ogni singola emittente, ma basta uno solo show: il telegiornale. Quale miglior modo di informarsi se non quello di mettersi a tavola la sera e guardare tutto quello che accade sul nostro pianeta. Ma proprio tutto. Non c'è nulla che sfugga all'occhio vigile del Grande Fratello, inteso in senso orwelliano – che la Endemol non me ne voglia. Se c'è qualche questione da prendere in considerazione, possiamo star pur certi che il tiggì se ne occuperà. E se il male verrà eliminato, non ci sarà più bisogno di parlarne.
Date queste premesse mi sembra ovvia una cosa: gli extracomunitari non sono più un problema per il nostro paese. Certo, gli italiani hanno tanti dilemmi a cui pensare al momento. Evidentemente solo qualche mese fa erano più disponibili, sii giravano i pollici tutto il giorno. Ora che c'è questa dannata crisi, chi ha voglia di pensare a tutta quella gente che arriva col barcone. Ammetto che l'articolo si sta sviluppando su un sarcasmo troppo evidente, quindi andrò al sodo. Non si parla più del problema immigrazione – vi ricordate l'espressione "esodo biblico"? – perché questa paura è stata soppiantata da un'altra più attuale e, a mio avviso, più concreta. Qualche mese fa, dato che la crisi non aveva ancora sprigionato tutta la sua reale potenza distruttiva, grazie anche all'occultamento del precedente governo Berlusconi, bisognava tenere in allerta la popolazione con pericoli di qualsiasi natura. Persino un bambino avrebbe intuito che la soluzione sarebbe stata quella di lanciare solo servizi in cui stranieri di tutte le nazionalità – con una preferenza per quelli dell'est Europa -; i campi rom, gli zingari nei parchi, gente sbronza che non parla italiano sono immagini suscettibili. È troppo facile.
Questo ricade inevitabilmente nei discorsi quotidiani. Ormai nei mezzi pubblici non si sente più parlare della questione immigrazione. Per non parlare dei social network. Se ne trovano di tutti i colori: per esempio mi ha colpito una persona su Facebook che, alla notizia dell'imminente esodo di libici dopo i fatti della primavera araba, scrisse testuali parole: «Stupri e violenze saranno all'ordine del giorno». Ora, mi sembra accertato che per "ordine del giorno" intendesse ciò che il tiggì manda in onda all'edizione delle 20. Non si vuole mettere in dubbio l'autenticità delle notizie, ma l'uso incondizionato è davvero deplorevole. Non si vogliono nascondere i problemi e non si vuole sminuirne l'entità. Ma una tale diffusione di informazione produce un vizio irreparabile agli individui: l'incapacità di pensare con la propria testa. Dal fatto che i tiggì non parlino più degli extracomunitari, bisognerebbe dedurre che siano scomparsi, che i barconi siano affondati e che per loro le porte si siano completamente chiuse. In tal senso allora, per gli xenofobi in particolare, dovrebbe essere un punto a favore del premier Monti. Non vi illudete, non è così.
La nostra persona – anima, spirito, chiamatela come volete – è l'unica cosa che ci appartiene veramente. Non vale la pena ripetere, come un pappagallo, tutto quello che viene riprodotto da una scatola. Non si deve criticare una questione solo perché lo fa il grande esperto di turno o una persona molto simpatica. Non bisogna illudersi che un problema non esista perché la televisione non ne parla. La crisi finanziaria ha sostituito il problema immigrazione per il semplice fatto che non si può convivere con due angoscie contemporaneamente. Da una situazione di paura si passerebbe a una di terrore. Ma stiamo tranquilli. Appena questa crisi finirà – e speriamo al più presto – stiamo pur certi che Essi torneranno.

giovedì 5 luglio 2012

Ricordi di mafia: sbiaditi ma non troppo...

E fu così che piansi per la prima volta davanti alla tv, per uno sconosciuto.
Luglio, 1992, ero in Sicilia. Un caldo infernale, ma nei miei 7 anni e mezzo - perché già allora mi piaceva puntualizzare - quello che mi ricordo meglio, oltre a un calamaro gigante sulla spiaggia ed il sole rosso nel cielo nero, è quella scena in quel salotto, di quella bellissima casa a due metri dal mare. Non ho memoria del prima e del dopo, so solo che a un certo punto fu silenzio. I miei, i miei nonni, gli amici di famiglia incominciarono a mettersi le mani sulla faccia, ad imprecare, a piangere, ad affollarsi davanti a me. Tutti guardando con gli occhi sgranati la tv. So di non aver capito allora il perché: ma per cinque minuti buoni piansi anch’io. Per lo sconquasso, per quell’aria così agitata che si respirava e perché se evidentemente la morte di quel Paolo Borsellino portava così tanta tristezza in casa mia, era chiaro: doveva trattarsi di qualcuno molto amato, un parente, o un quasi parente o comunque qualcosa del genere. Ancora adesso, che conosco il perché di tutto quel trambusto, in fondo, continuo a pensarla così.


Ed è per questo che ogni volta sento di dover esser presente a una qualsiasi rappresentazione, presentazione, proiezione di documenti, incontri, film che si occupino delle mafie, della loro violenza, del loro potere e di tutti i morti ed il dolore che hanno lasciato sui bordi delle strade, nelle case in questi anni.


Ecco. Ieri sera fa parte di una di quelle volte.


Villa Bombrini, bellissima come sempre. Tanti ragazzi, per lo più di Libera. E tante zanzare. E poi: Libero Cinema. In occasione della rassegna di cinema itinerante "Libero Cinema in Libera Terra", promossa come ogni anno da Cinemovel Foundation in collaborazione con Libera a Genova arriva: Uomini soli, un film di Attilio Borzoni e P. Santolini. Un film documentario che ripercorre le strade dove furono ammazzati Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sulle gambe allenate di Attilio Bolzoni, appunto, che inviato di Repubblica, racconta gli anni delle stragi, trent'anni dopo.


Tra i primi volti che vediamo c’è quello segnato e stanco di una fotografa: “io non ero una fotoreporter di guerra, non ero partita, ero rimasta qui a Palermo, e la guerra ce l’avevo sotto casa, ogni giorno”. I giornali all’epoca titolavano: “la città mattatoio: Palermo come Beirut”.


Si sbagliavano Palermo era peggio di Beirut.


Mentre scorrono le immagini, i racconti si riesce quasi a sentire quell’odore acre di bruciato, quel fumo denso delle bombe. Lacrimano gli occhi.


Ad un certo punto parla Giuseppe Costanza, l’unico sopravvissuto alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Il giornalista gli chiede: “come stai? “– e lui risponde: “sai quando mi hai chiamato e mi hai detto di vederci dall’albero di Falcone , quell’albero cresciuto davanti alla casa del giudice, che ormai è un simbolo della lotta per la legalità e dove chiunque si ferma e lascia fiori, messaggi, lacrime, ho pensato, che non ne avevo tanta voglia, e che avrei voluto dirti di no, perché fa ancora troppo male.”


Ed è vero. Fa proprio ancora troppo male. Bolzoni, mentre si muove tra un angolo e l’altro di Palermo, e incontra le lapidi, le targhe, le mogli, le madri degli agenti della scorta, i magistrati del maxiprocesso, il medico legale che, amico del pull antimafia, ebbe l’ingrato compito di eseguire l’autopsia sui corpi di Giovanni, Paolo, Rocco, Antonio, Vito, Agostino, Emanuela, Vincenzo, Walter Eddie e Claudio, ad un certo punto ci dice perché fa ancora così male: perché dopo trent’anni stiamo ancora aspettando di sapere la verità.


C’è la moglie di Montinaro: “hanno ucciso Antonio, ma non me ed i miei figli. E da qui non me ne vado, perché si ricordino di quello che è stato, anche senza ch’io debba aprir bocca".


Il coraggio. E per avere coraggio, come diceva Montinaro appunto, bisogna avere paura, altrimenti si è solo dei vigliacchi.


La pellicola va avanti, non si ferma più. E non riesci a pensare, continui ad ascoltare, cose che già sapevi, altre che pensavi di sapere, ed invece... Ti sale una strana tensione alla bocca dello stomaco, non riesci a trattenerla, eppure te la sei raccontata anche questa volta: “calma e sangue freddo, si guarda, si ascolta, ci si informa e via!”. Ma non va così. Torna quel malessere, omnipresente: il dolore del parente morto, appunto. E la rabbia. Tanta.


Tra le ultime voci che ci raccontano quegli anni c’è quella del padre di Nino Agostino: poliziotto ammazzato, con la moglie incinta, il 5 agosto del 1989. Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell'Addaura a Giovanni Falcone. Ancora oggi non si conoscono i nomi degli esecutori, ne dei mandanti di quell’agguato. Vincenzo, suo padre, ci dice che non se la taglierà quella lunga e vaporosa barba bianca. Non se la taglierà finché non verrà fatta giustizia.


E questo è quello che mi auguro anch’io, con tutto il cuore. In queste ultime settimane è tornata sui giornali la notizia delle indagini sulla trattativa stato-mafia, le implicazioni di politici, organi dello stato. Ecco: non smettiamo mai di chiedere che venga fatta chiarezza, che ci venga restituita, almeno, la verità e che i colpevoli, tutti, paghino.


A Palermo, ed in tutta Italia, il conto è già stato fatto: in ultimo a Genova, il 17 marzo per la manifestazione di Libera: 824 sono le vittime di mafia dal 1983 ad oggi.


Come a dire: sopravvissuti pochi, morti parecchi.


Continuiamo a parlarne, a tenera alta la guardia, perché la mafia uccide sempre gli uomini che lo stato lascia soli.

Uomini soli, appunto.

Mai più.

 
(Elisa Leveratto)

lunedì 2 luglio 2012

La Chiesa cattolica: sia lodato il porno!


La pietra dello scandalo si chiama Weltbild. O forse è la stessa Chiesa cattolica. Ma andiamo con ordine. Weltbild è la più grossa casa editrice tedesca. Distribuisce libri, dischi, film. Fin qui niente di strano. Distribuisce romanzi erotici e controlla per un terzo un portale dove vengono venduti Dvd pornografici. Restando ancorati ai libri, ben 2500 titoli tra i libri venduti dalla casa editrice presentano contenuti erotici. Ma anche questa è una libera scelta dettata dal mercato. Veniamo al dunque. Tenetevi forte. Weltbild è posseduta al 100% dalla Chiesa cattolica tedesca. Non ridete. Ve lo riscrivo. Weltbild è proprietà della Chiesa. Il sorriso si fa amaro. A nulla è servito il pandemonio mediatico scoppiato l'anno scorso in Germania che aveva portato la Chiesa sul punto di vendere la casa editrice in nome di di una sacrosanta liberazione dalle “scandalose” attività. Per poi nel giro di un anno far cadere tutto nel dimenticatoio e rimangiarsi la parola. C'è stata solo una novità: le partecipazioni azionarie del gruppo Weltbild sono state tutte trasferite in una fondazione. Sempre in mano alla Chiesa. Ma con la crisi galoppante il clero non ha saputo rinunciare al business. D'altronde si parla di cifre importanti. L’anno scorso l’azienda ha avuto un fatturato di un miliardo e seicento milioni di euro. Questa volta siamo noi ad invocare una preghiera: un po' di coerenza. La crisi, anche per quest'anno, può aspettare. Sia benedetta la Weltbild.

sabato 30 giugno 2012

Omaggio a Sam Rodia e alle Watts Towers



Vi racconto una storia. La storia di un italiano che ce l'ha fatta. Storia di un uomo dimenticato. Lasciato in disparte, considerato un pazzo. Ma il genio si sposa con l'estro, con un pizzico di follia. E' il matrimonio perfetto. Ecco a voi Sam Rodia, immigrato italiano (1879-1965) che nel tempo libero nell'arco di trent'anni di duro lavoro e senza la minima conoscenza architettonica realizzò le Watts Towers, tre torri di ferro di altezze diverse. L'opera architettonica realizzata nella periferia di Los Angeles, dove l'uomo era emigrato per lavoro, fu realizzata con materiali di scarto: pezzi di ferro decorati con cemento, cocci, ceramiche e conchiglie. Uno spettacolare intreccio di 17 diverse strutture, la piu’ alta delle quali supera i 30 metri. “Perchè le ho costruite? Non so dirlo. Perchè un uomo realizza i pantaloni? Perchè fa delle scarpe?” diceva Rodia. Opera realizzata da un"ingenuo dell'arte". Opera ancora più grande perchè sinonimo di riscatto umano e sociale. Giustamente torri di libertà per alcuni. Torri di sospetti per altri. Durante la seconda guerra mondiale era stata fatta circolar la voce che quelle strane costruzioni nascondessero antenne radio per comunicare con i nemici giapponesi. Omaggio ad un uomo di cui sicuramente avrete visto il volto: Sam Rodia è l'unico italiano ad apparire nella copertina dell'album dei Beatles Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967). La sua foto è in alto a destra in compagnia di Edgar Allan Poe, Fred Astaire, Carl Gustav Jung e Bob Dylan. Ciao Rodia, italiano indimenticato.

Trailer documentario "I Build the Tower" (2006)

venerdì 29 giugno 2012

Italia-Germania, il giorno dopo: "Ciao ciao culona" e "Vaffanmerkel"


Italia-Germania: il giorno dopo. La politica si mescola con il calcio. Il calcio si mescola con l'economia. Il giornalismo si mescola con l'ironia o con il cattivo gusto? Ecco come questa mattina Il Giornale e Libero titolavano l'uscita dagli Europei di calcio della Germania. "Ciao ciao culona" con chiari riferimenti alle intecettazioni in cui Berlusconi dava della "culona inchiavabile" alla Cancelliera e "Vaffanmerkel". Titoli spiritosi o mano troppo pesante? La verità, si dice, sta nel mezzo ma questa volta alcuni quotidiani nostrani sembrano davvero aver esagerato. Al pari dei tabloid tedeschi che puntualmente prima della partita definivano il popolo italico: "furioso, mandrillo ed effemminato". Una battaglia che sembra scadere nel trash, nella gutter press, la cosiddetta "stampa spazzatura". Offese contro luoghi comuni. Esagerazioni contro pregiudizi. Chiaro: non si può giudicare un articolo esclusivamente dal titolo ma la forma e le titolazioni costituiscono il biglietto da visita dell'articolo. Si parla sempre di titoli, non di vignette dove è concesso andare un pochino oltre. Dove i confini con l'ironia e la provocazione sono più labili, meno precisi. Ma si può anche provocare senza offendere. Titoli così gridati da una parte concorreranno ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica ma dall'altra fanno presagire a un contenuto di basso profilo. Intrigante e più consono sembra, invece, il titolo de Il Fatto quotidiano: "Italia 2 - Germania 1, Monti - Merkel zero a zero".

L'occhio vuole la sua parte. Ma certe volte essere bendati non è poi così male.



giovedì 28 giugno 2012

Europei, Germania - Italia: Monti e Merkel sfida ai rigori...nel presepe

Germania - Italia: un classico duello calcistico. Ma non solo. Politico? Sì, ma non solo. Economico? In un certo modo, ma non solo. Germania - Italia: due nazioni a confronto, due stili di vita diversi. Il palcoscenico del match? Nè lo stadio, nè i palazzi che contano. Questa volta si tratta del presepe. Di un presepe. Quello di San Gregorio Armeno curato dal vulcanico Genny di Virgilio. I protagonisti? Mario Monti e Angela Merkel. Per una volta un calcio allo spread. E pazienza se non sarà un cucchiaio. Ma certamente sarà un tiro di rigore. E con rigore. Nonostante  i tabloid tedeschi ci definiscano furiosi, mandrilli o effiminati. Vinca il migliore. Tutto il resto è Neuer.





domenica 24 giugno 2012

Milano. Cronaca di una morte ampiamente annunciata

MILANO. Venerdì notte presso la discoteca "The Beach" è morto un ragazzo di 29 anni. A differenza di tutti i media, ci disinteressiamo della professione della vittima. Il fatto che faccia un lavoro piuttosto di un altro non aumenta il valore della sua morte. Il presunto assassino sarebbe un 27enne, anch'egli nel locale milanese per divertirsi. Anche in questo caso ci scostiamo dalla maggioranza dei mezzi di comunicazione, evitando di emettere una sentenza di condanna. Se è stato lui, siamo certi che pagherà. Senza voler fare spargere semi di un'inutile polemica.
La questione che si vuole mettere in luce è un'altra. La mattina seguente l'Italia, e in particolare Milano, sembra essere caduta dal pero. Molte sono le domande che non hanno trovato risposta. Sui social network, come al solito, si trovano le più divertenti. Ma in generale il web è sempre fonte di ispirazione. Retorica e banalità regnano sovrane. Ci si chiede come si fa a morire mentre ci si diverte, se è il caso di andare ancora a ballare, se il problema è l'utilizzo di droghe ed eccessive quantità di alcol. A questo punto la domanda la poniamo noi: ma dove avete vissuto tutto questo tempo? Ma nessuno si è accorto di cosa è diventata una discoteca in Italia? Non si tratta di droga, di alcol e così via. Il punto è un altro: il modello sociale dominante è improntato sulla violenza.
In Italia il cinema e, soprattutto, la televisione hanno proposto figure di riferimento per i ragazzi eccessivamente aggressive. Il processo è una militarizzazione delle generazioni più giovani, al fine di riuscire a controllarne le azioni e i pensieri. Con il termine militarizzazione si intende anche l'omologazione degli individui: renderli uguali in modo tale da non doversi preoccupare della deviazione da questo modello. Il gruppo adotta autonomamente la prassi di esclusione di coloro che si allontanano dal modello. Il classico "sfigato", per intenderci. Le caratteristiche sono agli occhi di tutti. Il modo di vestirsi è lo stesso. L'atteggiamento nei confronti dell'Altro è sempre scontroso e diffidente. L'unico modo per risolvere le controversie è lo scontro aperto, chi rimane in piedi dimostra la sua supremazia e può continuare a divertirsi. Se l'altro è abbastanza duro non ritornerà subito ad attaccare il nemico, ma riunirà una trentina di persone per la resa dei conti a fine serata, sperando che la compagnia del rivale non sia superiore alla sua in numero. Può apparire una spiegazione in perfetto stile National Geographic, ma molti di voi sanno che si sta illustrando un serata tipica nelle discoteche di Milano. Anche a livello sociologico si potrebbe muovere qualche critica, ma ritengo che questo modello sia abbastanza attendibile. Le discoteche sono diventate il luogo rituale dove consumare la violenza, così da permettere alla società di godere della quiete da essa provocata. In altre parole, ci si ammazza li dentro e fuori si vive tranquilli. Non è così chiaramente.
Detto questo, non si può che apprendere con inquietante freddezza la notizia della morte di un ragazzo in una discoteca del capoluogo lombardo. Stupisce di più il fatto che non muoia una persona a week end, piuttosto. A questo punto qualche domanda sorge spontanea. Siccome le televisioni, i giornali e i media in generale parlano del degrado dei giovani nei locali, perché non chiuderli? Perché i Comuni, le Province, le Regioni o lo Stato non adottano sistemi di emergenza nei confronti di territori di siffatta perdizione? Sbarrate le discoteche e vediamo dove la mandria di animali – perché un individuo che pensa solo al sesso e a "difendere" il proprio territorio e la propria reputazione è evidentemente un animale – in cerca di onore e sangue andranno a sfogare i loro istinti omicidi. Magari sotto il Comune? O andranno direttamente a Montecitorio? A quel punto se ne vedranno delle belle.